Il caso di Chiavenna

Gli ultimi anni sono stati contraddistinti da un imponente fenomeno migratorio verso l’Italia e l’Europa, che ha precedenti solo nella storia a noi più lontana. Osservando ciò che avviene intorno a noi in una prospettiva storica, si nota anzitutto quanto siano i precari equilibri politici ed economici presenti nelle aree prossime al nostro continente, ad essere causa delle marcate differenze dovute a processi di evoluzione sociale dissimili da area ad area, a loro volta dipendenti da molti fattori. In secondo luogo, scorrendo i secoli passati, si nota come tali fenomeni siano ciclici, e come, nel passato siano esistiti migrazioni in senso contrario, certo di portata minore degli attuali, ma pur sempre in grado di darci l’idea di come l’immagine del mondo che abbiamo oggi, possa mutare con facilità nel corso del tempo.
Le mie ricerche nel territorio in cui vivo, la Val Chiavenna, mi hanno fatto scoprire documenti interessanti che testimoniamo come, circa due secoli fa, il processo di emigrazione per motivi lavorativi riguardasse persone che dall’Europa si spostavano verso aree dell’Europa orientale all’epoca rette da regimi di cultura islamica. Un fenomeno quindi contrario rispetto a quello a cui oggi siamo abituati.
Quali mete comuni dei costanti fenomeni di emigrazione di molti vallate alpine lombarde, avvenuti tra XVI e XIX secolo, vi furono importanti città commerciali dell’Europa occidentale e centrale come, in misura più marcata, le città della nostra penisola, in particolare Napoli, Roma, Palermo e Venezia. Di quest’ultima meta sono note le numerose presenze lavorative di emigrati dalla Val Bregaglia che spesso svolgevano mansioni di luganigheri, cioè aprivano punti vendita di insaccati e carne suina, ma anche di frittura di pesce, minestre, castagne e altri prodotti. Come dimostra il caso della famiglia Orsini di Dasile. Nel secondo Settecento i valchiavennaschi bregalei furono una componente molto importante tra i luganeghee presenti a Venezia, dove tenevano corporazione presso il convento di San Salvatore.
Questa emigrazione, nata come ricerca di maggiore prosperità economica, come in altri casi, fu motivo anche di scambio culturale e di arricchimento personale e comunitario. In tal senso vanno lette le numerose opere d’arte sacra portate o commissionate dagli emigranti nelle varie località, oltre all’idea di creare bussole, cioè fondi comuni di assistenza verso i colleghi e le rispettive famiglie o per l’acquisto di beni utili alla collettività.
Tra le varie comunità che emigrarono nella Repubblica di Venezia vi fu quella di Uschione, piccola frazione montana di Chiavenna, nell’omonima valle. Uschione, sino a mezzo secolo fa, era stabilmente popolato da contadini e lapicidi, i quali svilupparono contatti culturali talmente massicci con Venezia da veder abbinata alla ricorrenza patronale dell’Ascensione di Cristo, una marcata devozione a San Marco Evangelista, che ad Uschione nei secoli scorsi veniva celebrato con particolare solennità ogni 25 aprile.
Segno tangibile della presenza veneziana sono pure i beni appartenenti alla chiesa del paese, in alcuni casi portati direttamente dalla città, oggi in parte conservati presso il Museo del Tesoro di San Lorenzo a Chiavenna: singolare è la memoria popolare del furto della pianeta e dell’anello indossati da un vescovo sepolto nella città lagunare. Si racconta che l’operazione fosse stata eseguita sia dagli emigranti di Uschione, sia da quelli di Prata, i primi si sarebbero tenuti l’abito sacro, i secondi il prezioso gioiello. Al di là della veridicità degli eventi, che paiono ricalcare la novella di Andreuccio da Perugia, nel Decameron del Boccaccio, la pianeta citata è proprio quella conservata al Museo del Tesoro, una ricca veste datata al tardo Seicento in seta ricamata bianca a trama d’argento con applicato un ricco ricamo in fili d’oro a motivi vegetali.
Tra i vari emigrati nel territorio veneto nel tardo Settecento, un documento segnala i fratelli Nicolò e Giacomo Pighetti, cognome tipico di Uschione. I due sono citati in una lettera datata 22 settembre 1797, definito “anno primo della libertà”, cioè il primo di età napoleonica dopo la lunga dominazione della Repubblica delle Tre leghe Grigie, che avevano governato, trattandoli come sudditi, sia Valchiavenna sia Valtellina fin dei primi anni del XVI secolo. La lettera di procura del 1797 venne stesa da Nicolò Pighetti che “essendo intenzionato di portarsi a Venezia” affidava interessi e beni “in patria” per un tempo di due anni al fratello Pietro, abitante in Uschione, affinché li amministrasse, difendendoli e migliorandoli. L’atto è rogato dal notaio Carl’Antonio Stampa, presso la sua casa d’abitazione “in faccia alla piazza nuova”, oggi piazza Crollalanza, a Chiavenna; testimoni furono Gaudenzio Tognino, detto lo spazzacamino, proveniente dal vicino quartiere di Dragonera, attuale contrada di Loreto, Gio Wincler di Limbergh, nella “Slesia Prussiana” e Giovan Battista Perepzon di Breghenz, detti “entrambi abitanti noti di Chiavenna”.
Se appare, come dicevamo, comune lo spostamento a Venezia che Nicolò si appresta a fare, molto meno scontata è la successiva informazione in merito al fratello Giacomo, con il quale si deve “fare le divisioni”. E proprio quest’ultimo, infatti, il soggetto più interessante del nostro racconto in quanto è detto “abitante nella città di Salonichi, alias Thessalonica Capitale della (regione di) Macedonia nella Turchia Europea”, oggi città greca ma allora parte dell’Impero Ottomano.
Nulla sappiamo sugli interessi e sulle mansioni che l’uschionese Giacomo Pighetti svolgesse nella lontana Salonicco, forse non avrà venduto di carne suina, come i suoi compaesani presenti a Venezia, per via dei precetti islamici che la vietano. Oppure, una civiltà multietnica come quella che componeva l’Impero ottomano consentiva anche la presenza di luganeghee nelle città dove forse la presenza cristiana era più importante, vi erano infatti comunità locali ortodosse, ma anche per la frequentazione di mercanti europei. Certo la documentazione di questo caso di emigrazione dalle alpi lombarde nel vecchio impero Ottomano, è suggestiva e testimonia un fenomeno di cui non esistevano sinora tracce.

Paolo Rotticci

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