UNA MOSTRA AFFASCINANTE ALLE “GALLERIE D’ITALIA” – MILANO

C’è stato un tempo in cui l’Italia era meta favorita e privilegiata di un viaggio, che un inglese – Richard Lassels – usando un’espressione francese nel tardo Seicento, chiamò Grand Tour. Un viaggio, un grande viaggio, che si intraprendeva con passione ed abnegazione, sfidando pericoli e difficoltà, perché l’Italia era la culla di una civiltà antica in cui ci si identificava, perché l’Italia, ancor prima di esserlo politicamente, era il Paese che promosse una Cultura alta, degna di questo nome, che forgiò intere generazioni, che plasmò un’idea di appartenenza nell’Europa tutta.
I viaggiatori che venivano nel nostro Paese erano giovani rampolli di famiglie aristocratiche che provenivano dall’Inghilterra, dalla Francia, dalla Germania, dalla Russia … e che nel Bel Paese compivano la loro formazione, un viaggio di istruzione che aveva il sapore dell’iniziazione.
I viaggiatori erano poeti, letterati, filosofi che in Italia trovavano le radici della cultura classica studiata sui libri. Ed era inebriante poter “toccare con mano” e vedere con i propri occhi le vestigia di un passato tanto glorioso, calpestare il suolo dei luoghi cantati dai poeti antichi.
I viaggiatori erano eruditi e scienziati che nel secolo dei Lumi, nel secolo dell’Encyclopédie, esploravano il territorio italiano per ampliare le proprie conoscenze.
I viaggiatori erano gli artisti per i quali venire in Italia significava dare un senso e un compimento ad una formazione che non poteva fare a meno della lezione degli antichi e dei grandi Maestri del Rinascimento.
Ognuno di loro al termine del Grand Tour, tornando nei propri paesi di origine, non era più la stessa persona. Tale era l’arricchimento, l’appagamento, la tanta bellezza che ci si portava dentro che non si poteva essere la stessa persona.
Il viaggio durava almeno un anno, a volte di più, soprattutto per gli artisti ai quali l’Italia offriva anche occasioni insperate di lavoro, carriera, successo.
Le strade percorse a bordo di un calesse, di una carrozza, erano polverose, dissestate, fangose se pioveva… si poteva rischiare di incontrare briganti e furfanti, ma ne valeva la pena. Eccome se ne valeva la pena!
Quelle strade, che spesso erano le antiche vie consolari romane oppure le vie francigene (al plurale) che nel medioevo erano percorse da pellegrini, attraversavano meravigliosi paesaggi. Campagne punteggiate da vigneti, ulivi, cipressi, pini marittimi, agrumi… monti impervi dalle cime innevate di grande suggestione… città che con i loro monumenti incantavano i viaggiatori… borghi medievali abbarbicati su dolci colline… rovine e ruderi dal fascino senza tempo, testimoni di un passato glorioso…
Il Bel Paese aveva tutto quello che si poteva desiderare.
Era il “Bel Paese dove il sì suona” (Dante, Inferno, XXXIII, vv.79-80).
Il “Bel Paese ch’Appennin parte e ‘l mar circonda et l’Alpe” (Petrarca, Canzoniere, CXLVI, versi 13-14).
La natura e il paesaggio erano generosi e l’opera dell’uomo si era perfettamente armonizzata. Il clima era mite e favorevole e, ultimo, ma non ultimo, il viaggiatore del Grand Tour apprezzava anche una certa piacevolezza del vivere degli italiani, belli come la loro terra baciata dagli Dei.
Il Grand Tour era un’esperienza impagabile, che poteva trasformarsi anche in un’avventura… Lo era sicuramente la scalata lungo il Vesuvio in eruzione. La lava incandescente venne paragonata da Goethe ad un “serpente a sonagli”, infido e pericoloso, ma così attraente. Il Vesuvio evocava l’antro degli Inferi, la soglia dell’Ade varcata da eroi mitici. Ma il Vesuvio era anche la montagna terribile che nel giro di un batter d’ali cancellò dalla storia città ricche come Pompei, Ercolano, e non solo, e che proprio nel Settecento stava restituendo al mondo.
Era un’avventura anche spingersi oltre Napoli, giù giù fino alla Sicilia. Non tutti ci arrivavano. Ma se si sfidava la buona sorte e si aveva l’ardire di affrontare quest’ultima tappa … beh, si poteva veramente dire di aver conosciuto l’Italia tutta, la sua storia epica tra gli antichi romani e la Magna Grecia.
Goethe ci arrivò il 13 Aprile 1787: “Italien ohne Sizilien macht gar kein Bild in der Seele: hier ist erst der Schlüssel zu allem” “L’Italia senza la Sicilia non lascia alcuna immagine nella mente: è qui la chiave di tutto”.
Forse è un’affermazione un po’ ridondante, ma sicuramente arrivare fino al profondo Sud per un nordico era motivo di grande soddisfazione e appagamento.
Le capitali del Grand Tour erano, in ordine di visita, Firenze, Roma, Napoli, Venezia… ma l’Italia era il Paese delle “cento città”, tutte meritevoli di essere visitate e dalla visita di ognuna si poteva trarre godimento.
Il Grand Tour cambiava colui che lo intraprendeva. Sicuramente cambiò Goethe, i viaggiatore più famoso di tutti, che, partito sotto false spoglie alle ore tre della notte del 4 settembre 1786, cercava nel Bel Paese nuova linfa per la propria scrittura, ma in realtà cercava se stesso “Lo scopo di questo viaggio è di conoscere me stesso” Ci riuscì.
Enorme fu l’entusiasmo che crebbe in lui ad ogni meta del suo viaggio in Italia. L’ebbrezza di gioia toccò il picco dapprima a Roma dove vi rimase diversi mesi ammirando con uno stupore infinito “qualcosa di sacro, di tramandato dai tempi antichi […] l’eccellenza dell’arte […] cosa potrei desiderare ancora?” e poi in Sicilia.
Ci vollero anni perché Goethe raccogliesse i suoi appunti di viaggio in un libro che è la storia del Grand Tour: Italienische Reise – Viaggio in Italia – anzi ancora meglio, prima di essere la storia del Grand Tour è la summa dello spirito con cui si affrontava il viaggio in Italia, che fu l”ombelico del mondo” tra Sette e Ottocento.
A Milano, alle Gallerie d’Italia, una mostra racconta tutto questo e molto di più. Lo fa attraverso splendide vedute di città, suggestivi dipinti di rovine, sublimi paesaggi, ritratti di viaggiatori, preziosi souvenir del viaggio in Italia, perché il ricordo del Bel Paese fosse sempre vivo

“Il nome Italia contiene una magia in ogni sillaba, ogni luogo nominato soddisfa qualche desiderio e risveglia cari ricordi”
(Mary Shelley)

Marina Fassera

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