La pandemia non ha fermato l’opera munifica dei mecenati. È spesso grazie a loro che si accrescono le collezioni d’arte di cui tutti beneficiamo. È spesso grazie a loro che si portano a compimento restauri, che si realizzano progetti in ambito culturale.
Dove non arriva il pubblico, arriva il privato. Quel “privato” che, nel caso del mecenatismo, non è semplicemente una sponsorizzazione, un “dare” per avere un ritorno di visibilità. Essere mecenati è molto di più, perché l’atto generoso del donare, o del sostenere l’arte e la cultura, è legato ad una passione vera, autentica, che si vuole condividere. Milano ha esempi luminosi.
Se possiamo ammirare alla Pinacoteca di Brera capolavori d’arte contemporanea che comprendono opere di Boccioni, Carrà, De Pisis, Marino Marini, Morandi, Arturo Martini, Sironi, Medardo Rosso, la Scuola Romana, ma anche Picasso, Braque … lo dobbiamo alla donazione di Maria Jesi che alla morte del marito, Emilio, dona nel 1976 la sua eccezionale collezione. Lo stesso vale per la collezione Grassi esposta alla GAM di Via Palestro dove, accanto a grandi nomi dell’arte italiana, si trovano Manet, Monet, Gauguin, Cézanne, Van Gogh uniche presenze di questi maestri nei musei milanesi. E poi la collezione Vismara, Vitali…
E Antonio Boschi e la moglie Marieda Di Stefano: collezionisti e veri mecenati diedero sostegno e aiuto ad artisti che a fatica sbarcavano il lunario, comprando le loro opere, che ancora non avevamo mercato, dando un contributo fattivo al loro successo. Nel loro caso si parla di “collezionisti militanti”. Sì, hanno militato, hanno combattuto per sostenere giovani artisti, condividendone i valori, trovandosi in sintonia con le loro ricerche, ospitandoli nei “cenacoli” del salotto della loro casa di Via Jan. Quella casa tanto ricca di opere d’arte da far venire le vertigini e che oggi ammiriamo perché Antonio Boschi decise di lasciare a tutti noi il patrimonio raccolto con dedizione e amore da lui e dall’adorata Marieda in tutta la loro vita.
Ecco dove sta la differenza tra uno sponsor e un mecenate. E’ la passione che muove a sostenere l’arte e la cultura e la voglia di rendere partecipi tutti attraverso un atto, quello della donazione, che non ha altri fini.
La pandemia non ha fermato la generosità dei mecenati. Ne siamo felici!
È notizia di qualche giorno fa: alla Pinacoteca di Brera fanno bella mostra di sé cinque tavole con Angeli musici e cantori che, tra il 1499 e il 1502, Bernardo Zenale dipinse per la cantoria della Chiesa di Santa Maria di Brera. Un ritorno a casa quindi! Un ritorno nel luogo dove videro la luce questi preziosi dipinti, grazie al dono della famiglia che legittimamente li possedeva nella propria collezione. Luisa Sormani Andreani Verri: è lei la mecenate che ha fortemente desiderato che queste opere fossero donate a Brera. I figli, Antonella e Guglielmo Castelbarco, hanno provveduto a dar corso al volere della madre.
Le opere esposte nel corso di un secolo solo tre volte, si trovavano nella villa di campagna della famiglia. Una sontuosa residenza in cima ad un colle della verde Brianza, a Lurago d’Erba, posta in una posizione invidiabile: dalla villa si gode di una vista impareggiabile sul Resegone e le Grigne. Le tavole entrarono nella collezione Sormani nell’Ottocento, dopo essere passate dalle mani dei Pertusati, dei Greppi, degli Andreani, imparentati con i Verri e i Sormani. La crème dell’Illuminismo milanese!
Prima di far parte delle collezioni di queste nobili famiglie, i dipinti di Zenale alienati dalla chiesa di Santa Maria di Brera a seguito della soppressione dell’ordine degli Umiliati nel secondo Cinquecento, giunsero a decorare l’organo di San Francesco Grande. La chiesa, dove si trovava anche la Vergine delle Rocce di Leonardo, nel 1796 venne soppressa, poi distrutta. Inevitabile la conseguente dispersione delle opere d’arte in essa contenute.
Se gli Angeli cantori e musici si salvarono è perché destarono l’attenzione degli studiosi che si sbilanciarono attribuendone la paternità a Leonardo, a Bramantino. Il nome di Bernardo Zenale risale a qualche decennio fa. Un nome convince per l’indubbia vicinanza stilistica con altre opere del maestro: il tratto marcato ed anche un po’ espressionista dei putti, l’esuberanza anatomica che “riempie” lo spazio, le ombre e le luci che colpiscono le figure in rapporto alla collocazione dell’organo e che risalgono alle speculazioni leonardesche, il forte protendersi verso l’osservatore con una visione dal basso verso l’alto, concepita esattamente in corrispondenza del punto da dove i fedeli vedevano la cantoria.
Da qualche giorno andando a Brera avremo il piacere di vedere queste opere di Zenale esposte nelle sale della pittura lombarda fra Quattro e Cinquecento, dove peraltro si trovano anche gli affreschi di Vincenzo Foppa, anch’essi provenienti dalla Chiesa di Santa Maria Brera, la chiesa trecentesca degli Umiliati distrutta in epoca napoleonica.

Una curiosità: perché definiamo coloro che sostengono le arti “mecenati”?
Mecenate, vissuto nel I sec. a.C., era un politico, diplomatico, consigliere e amico di Augusto, a cui peraltro alla sua morte lasciò in eredità le sue ingenti ricchezze. Utilizziamo il suo nome per indicare una persona che sostiene la cultura, perché Mecenate fu un generoso protettore delle arti e degli artisti, dei poeti. A lui Virgilio dedicò le Georgiche, Orazio godette del suo appoggio, così come molti poeti dell’antichità. L’altra faccia della medaglia? Mecenate, al di là della sua passione, capì che le arti tutte potevano portare beneficio alla politica e all’ordinamento dello stato. E così fu nei secoli a venire, a partire proprio dall’Imperatore Augusto che fece delle arti instrumentum regni!
Due facce di una medaglia, passione e visione politica, che ci hanno lasciato quel patrimonio culturale che ci appartiene. Ci piacerebbe che ancora oggi ci fosse nella politica la stessa visione, ma non è così.

Marina Fassera

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