Con grande e giustificato orgoglio in questi giorni abbiamo appreso la notizia che la lista del PATRIMONIO DELL’UMANITÀ UNESCO dell’Italia si è arricchita di due siti, PADOVA URBS PICTA e i PORTICI DI BOLOGNA, a cui si è aggiunta nel corso del 2021 MONTECATINI TERME, inclusa fra le grandi città termali d’Europa. Orgoglio e un sano campanilismo penso alberghino in tutti noi. L’Italia annovera nella lista Unesco ben 58 siti. A questi si aggiungono i Geoparchi, le Riserve della biosfera, il Patrimonio immateriale (l’elenco completo si trova facilmente nel sito ufficiale dell’Unesco).
Siamo in testa alla classifica, campioni del mondo (!).
Ma questo importa poco. La “medaglia d’oro” si conquista, ma il primato va mantenuto. Ciò che conta è che avere l’onore di essere iscritti alla lista Unesco, comporta anche un obbligo materiale e morale di tutelare e preservare questi siti perché possano sopravvivere integri per le future generazioni nella loro bellezza, nel loro valore storico e non solo.
Già… pensiamo a quanti scempi sono stati perpetrati nel secolo scorso. Il nostro Bel Paese, soprattutto in certe aree, è stato vandalizzato, violentato dalla logica del profitto. Capita a tutti di guardarci intorno e inorridire di fronte a costruzioni ed evidenti abusivismi che deturpano il paesaggio, ad aree industriali che ti chiedi con quale criterio si siano potute costruire vicino a coste meravigliose, a città vanto di un’Italia decantata dai poeti fin dall’antichità.
Porto Marghera ricade su Venezia, sull’ecosistema della laguna, sulla fragilità di un territorio e di una città che il mondo ci invidia…
La più grande acciaieria d’Europa viene realizzata a Taranto negli anni Sessanta, gli anni del boom economico. Siamo sul mare di Puglia, sul Mare Nostrum, il mare dove sono nate tutte le grandi civiltà…
Conosciamo bene i problemi ambientali che ne sono derivati e ancor più quelli sulla salute di coloro che lavorano all’interno di questi mostri industriali e di coloro che vi abitano intorno.
La cultura ecologica e ambientalista in quei tempi non era certamente all’ordine del giorno.
Non si tratta di negare il progresso e lo sviluppo del processo industriale che dà lavoro e porta benessere. Così come non si tratta di avere un’immagine bucolica e idealizzata del mondo
Si tratta di riflettere su come coniugare le due cose e, laddove i danni sono stati fatti, di porvi rimedio.
Una legge dello Stato Italiano del 1998 obbligava a interventi di bonifica e risanamento, cioè di ripristino di siti inquinati, dando seguito agli impegni attuativi del protocollo di Kyoto sui cambiamenti climatici: cambiamenti climatici! Eccoci, li stiamo vivendo in questi giorni.
La domanda è: quanto si è fatto di questa legge?
Al punto 4 della Legge sono indicati i siti dei primi interventi, quindi quelli più urgenti che erano da attuarsi:
Venezia (Porto Marghera);
Napoli orientale;
Gela e Priolo;
Manfredonia;
Brindisi;
Taranto;
Cengio e Saliceto;
Piombino;
Massa e Carrara;
Casal Monferrato;
Litorale Domizio-Flegreo e Agro aversano (Caserta-Napoli);
Pitelli (La Spezia);
Balangero;
Pieve Vergonte.

L’Unesco chiama, l’Italia risponde.
Ci riempie di gioia essere ancora il Bel Paese agli occhi del mondo e sapere quanto il nostro patrimonio artistico, paesaggistico, enogastronomico … insomma culturale in senso lato, sia apprezzato e riconosciuto a livello mondiale. Il primato nella lista Unesco ci riempie di gioia, ma non smettiamo di riflettere su come migliorare nel futuro, perché gli scempi abbiano fine e vigiliamo perché si possa recuperare a beneficio della natura, dell’ambiente, e quindi a nostro beneficio, quanto alterato, distrutto nei decenni scorsi (non secoli, ma decenni).
Detto questo, scorrendo il sito Unesco scopriamo anche un’altra faccia della medaglia.
Poco se ne parla, ma esiste anche una lista del PATRIMONIO DELL’UMANITÀ IN PERICOLO.
Leggendola, notiamo che si tratta di aree e siti che si concentrano nei Paesi dove lo sfruttamento incondizionato della terra e delle popolazioni è stato maggiore: Africa, certa parte dell’Oriente, Sud America. Patrimoni a rischio, dunque, non solo per una fragilità naturale che in certe zone purtroppo c’è, ma ancora una volta per gli interventi sconsiderati dell’uomo e non solo. Più di metà di questi siti sono in pericolo a causa di guerre, conflitti civili, danni inflitti da gruppi armati, per instabilità politica… La guerra è il peggiore di tutti i mali prodotti dall’uomo. 
Ricordiamolo: l’UNESCO nasce con lo scopo di promuovere il bene primario che è la pace attraverso l’istruzione, la scienza e la cultura.
L’Unesco chiama, il mondo deve rispondere!

Marina Fassera

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