Ho voglia di mare.
Di quel vento secco che entra nelle narici e scende giù ad asciugare polmoni e pensieri. Ho voglia di sole troppo caldo e crema solare appiccicata un po’ ovunque. Ho voglia di rivedere quello scintillio del mare di prima mattina in cui sembra che ogni vela sia sospinta nella direzione desiderata.
Ho necessità di tutto questo e mentre ci penso ricordo un’estate di tantissimi anni fa, trascorsa a Ibiza, lavorando come assistente aeroportuale per un Tour Operator italiano. Anno nefasto in cui gli scioperi continui dei controllori di volo di Marsiglia mi obbligavano a soste di 24h in aeroporto in attesa che i charter in arrivo dall’Italia, stracolmi di turisti, atterrassero con ritardi dalle 8 alle 10 ore. E loro, i vacanzieri provati dall’attesa, uscivano in piena notte dalle porte scorrevoli, carichi di bagagli e ferocia. Io li accoglievo con un gran sorriso e la netta sensazione che qualcuno di loro volesse farmi perdere per sempre la voglia di esibirlo. Li caricavo sui bus, li piazzavo in hotel e poi ogni giorno andavo a vedere come se la passavano. Li accompagnavo nelle escursioni, li convincevo a mangiare spropositate porzioni di Paella affogate nel Vino Tinto. Poi li caricavo sul traghetto per farli arrivare a Formentera, infilargli una bici sotto il sedere e farli pedalare con il miraggio di qualche cocktail in spiagge idilliache dove di tanto in tanto compariva anche qualche celebrità.
Venne a trovarmi anche mia mamma quell’estate. Non la vidi quasi. Lei era sempre al casinò.
Io ero sempre in aeroporto.
No beh, non sempre.
Le saline di Ibiza.
Ogni tanto avevo un paio di ore d’aria e così fuggivo in una zona sconosciuta ai più, ma molto bella. Erano le Saline di Ibiza. Mi avventuravo con il motorino su stradine di terra bianca battuta. Arrivavo all’imbocco di una cava deserta e mi toglievo la divisa cercando di non spiegazzarla in maniera ignobile. Restavo in costume e respiravo l’aria secca e salmastra. A destra il bianco dei cumuli del sale feriva la vista sotto un sole impietoso. A sinistra c’era il mare in cui mi tuffavo per poi perdermi in un libro e nell’unica ora libera che avevo per perdermi consapevolmente in vaneggiamenti onirici.
Arrivava presto l’ora di togliersi la sabbia dai capelli e dai piedi, infilarsi di nuovo, a fatica, nella divisa e tornare con buona pace dell’anima in aeroporto.
Miguel.
Un giorno, nel pieno di un miraggio appiccicaticcio che solo le ore pomeridiane di agosto al mare sanno dare incontrai nella cava un ragazzo. E facemmo amicizia. Si chiamava Miguel. Ricordo l’imbarazzo (il mio) del nostro incontro. Io ero sdraiata su uno scoglio un po’ nel dormiveglia. Lui si era frapposto fra il sole e me. Stava in piedi a dire qualcosa tipo “Hola! Como estas?”. Mi riparai gli occhi con la mano tirandomi su e non capii subito cosa fosse quel pezzo che pendeva laterale. Ma lui, al di là del pezzo pendente, teneva in mano una scatola e la stava allungando verso di me. Erano biscotti. E lui praticava il nudismo. Mangiammo tanti biscotti e ridemmo. Poi fu come sempre ora di tornare in aeroporto.
A quel primo incontro ne seguirono altri. Ci sedevamo vicini, io con il mio rigoroso costume, lui senza. E parlavamo per ore. Era di Santa Eulalia, un paesino Hippy a nord dell’isola. I suoi coltivavano olive e lui le vendeva ai ristoranti. Me ne portò da assaggiare. Il sapore delle olive si mischiava a quello della sabbia aggiungendo la voglia di bere che già con quell’arsura era tanta. Parlavamo e guardavamo il mare che si frantumava come una lastra di vetro rotta in mille scintillii.
Una sera ci incontrammo per caso proprio nella piazza del suo paesino. Musica dei Gipsy King in sottofondo, lui con le bretelle e io con uno dei miei soliti gonnelloni da sessantottina un po’ appassita. Ambientazione perfetta di un musical come Mamma Mia. In fondo la sensazione di essere finita per sbaglio su qualche set cinematografico l’ho avuta sempre. Non successe mai nulla fra di noi e di lui alla fine ricordo quelle bretelle, il bacio leggero che ci siamo dati quella sera quando ci eravamo incontrati in piazza, il gusto salmastro delle olive. Superfici mutevoli su cui le nostre vite si innestano e trascorrono! Senza peso, senza legami, senza fini!
Bello.
Biscotti, olive e capperi.
Ibiza, quintessenza della Mediterraneità. Ho amato tanto l’isola con i suoi campi brulli, le sue fattorie, le lampadine tirate tra i rami degli ulivi e le tavole sotto, apparecchiate con tovaglie a quadretti bianchi e rossi. Ho amato con i polmoni dell’anima dispiegati l’integra bellezza delle sue coste. Le discoteche della capitale non le conoscevo, ma conoscevo la campagna piena di grilli e campi coltivati che attraversavo con il motorino per raggiungere clienti sparsi ovunque, ascoltando canzoni di Juan Luis Guerra e cantandole stonata mentre sfrecciavo fra viti e ulivi. Conoscevo alcuni contadini da cui mi fermavo a comprare prosciutti e uova, conoscevo mercatini in cui amiche vendevano collanine e braccialetti. Conoscevo di Ibiza quel senso precario di una gioventù un po’ stonata: la voglia di uscire dagli schemi, la paura di farlo troppo. E poi conoscevo ragazzi nudi che, nell’isolamento di saline arroventate dal sole, mi offrivano biscotti e parlavano di olive e capperi sorridendo.

Carol Gallo

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